25/09/2008 - Il Comune di Verona non vuole la bandiera della pace
Bandiera della Pace. L’Assessore Di Dio si informi meglio,
e poi si vergogni e chieda scusa ai Comboniani e ai pacifisti.
L’Assessore Di Dio non vuole vedere le bandiere della pace in Piazza Brà. Nemmeno se a issarle sono persone al di sopra di ogni sospetto come i padri Comboniani, che insieme al Centro Missionario Diocesano hanno preparato la “Carovana della pace” di passaggio a Verona.. Per l’assessore quelle sono bandiere sovversive. Certamente è male informato. Forse conviene ricordagli la vera storia di quel vessillo.
La prima bandiera della pace con i colori dell’arcobaleno, in Italia, fu cucita a mano con pezze che c’erano in casa alla vigilia della prima marcia Perugia-Assisi il 24 settembre 1961.
Aldo Capitini, filosofo, fondatore del Movimento Nonviolento e ideatore della prima grande Marcia pacifista, voleva un simbolo per la pace, ma tutte le altre bandiere significavano già qualcosa. Quella contro la guerra secondo lui doveva avere tutti i colori dell’internazionale dei popoli, tutti i colori del mondo. Fu una bimba che allora aveva 12 anni, Francesca Siciliani, figlia del noto maestro musicale, a cucire quella prima bandiera, ancor oggi conservata a Todi, nella casa di Lanfranco Mencaroni, amico e compagno di Capitini.
"Le bandiere hanno il colore dell’arcobaleno, ma il richiamo alla natura ha un significato: l’arcobaleno questa volta lo vogliamo prima della tempesta, non dopo", scrisse quel giorno Gianni Rodari, uno dei 30mila pacifisti in marcia, con un esplicito riferimento al versetto della Genesi in cui Dio suggella la sua alleanza con gli uomini dopo il diluvio universale. Anche Bruno Munari, artista e designer, suggerì a Capitini di usare l’iride per la marcia Perugia-Assisi. Disse che l’archetipo della pace era l’arcobaleno, simbolo insieme di pluralità e di unità.
Aldo Capitini aveva già visto sventolare quella bandiera dai pacifisti stranieri. La vide usata da Bertrand Russel in Inghilterra per la campagna sul disarmo nucleare all’inizio del 1960. L’arcobaleno indicava la pace dopo la tempesta della Seconda guerra mondiale e la speranza di un mondo senza armi nucleari. Fu così che la bandiera della pace iniziò a diffondersi in Italia…
…fino ad oggi, quando un assessore del Comune di Verona decide di vietarla… alla faccia di Capitini, di Rodari, di Munari, di Russel.
Non prova nemmeno un po’ di vergogna il povero Di Dio?
Mao Valpiana
Movimento Nonviolento
Verona
12/08/2008 - Una parola contro la guerra in Georgia
Contro la guerra in Georgia
possiamo solo dire una parola.
Contro la guerra in Georgia non possiamo fare nulla. Ma quel nulla va
fatto. Forse possiamo solo dire una parola, e dunque quella parola va
detta.
Sono molteplici e complesse le vicende che hanno creato le condizioni per
questa nuova esplosione di violenza bellica (petrolio, oleodotto,
sovranità nazionale, indipendenza etnica, imperialismo russo, ecc., ecc.)
ma vi è una concausa che ritengo essere la più devastante e la principale
responsabile del massacro in atto: gli eserciti e le armi presenti in quel
teatro di guerra.
Vi è poi da aggiungere che chi sta violando il diritto internazionale lo
può fare impunemente perché sa che non verrà sanzionato. L’Onu non ha
strumenti propri per agire efficacemente e “salvare le generazioni future
dal flagello della guerra” e non può né prevenire né sanzionare chi la
guerra attua calpestando la Carta della Nazioni Unite. Le potenze militari
possono agire indisturbate: la Nato ha potuto bombardare il Kossovo, gli
Stati Uniti hanno potuto attaccare l’Iraq, le truppe della Coalizione
possono combattere in Afghanistan, la Cina ha potuto massacrare il Tibet,
ed ora la Russia può bombardare Gori. Le super potenze tacciono
reciprocamente le violazioni altrui, per garantire l’impunità alle
proprie.
Il mondo osserva attonito, l’Onu balbetta, l’Unione europea è inerme. Lo
strumento di prevenzione e pacificazione che servirebbe mettere in campo,
non esiste ancora. La polizia internazionale e i corpi civili di pace
rimangono sogni nel cassetto. Non trovano finanziamenti perché gli stati,
tutti gli stati, preferiscono convogliare ogni risorsa disponibile per
armare gli eserciti nazionali. Poi, davanti all’ultimo genocidio, piangono
lacrime di coccodrillo perché manca la forza per fermare il massacro in
atto. Accade in Afghanistan, accade in Iraq, accade in Uganda, nel Ciad,
in Somalia, nello Sri Lanka, in Israele-Palestina . . .
C’è una sola cosa da fare. Intanto non illudersi che con le nostre forze
potremo fermare questa o quella guerra. Il compito nostro è quello di
perseguire e proclamare la forza della verità: queste guerre e quelle
future sono e saranno rese possibili dallo strumento militare. Per fermare
il “flagello della guerra”, che produce sangue e distruzione e disumanizza
l’intera umanità, è necessario abolire l’apparato bellico: le fabbriche
d’armi, i bilanci militari, gli eserciti. La nonviolenza è il fine e il
mezzo che questo renderà possibile.
Contro la guerra in Georgia e contro ogni altra guerra in atto non
possiamo far nulla. Ma quel nulla dobbiamo fare, fosse solo accendere una
candela, scendere in piazza, scrivere questo articolo. Forse possiamo solo
dire una parola, e quella parola, contro la guerra e la sua preparazione,
deve essere “nonviolenza”. Il di più viene dal maligno.
Mao Valpiana
Movimento Nonviolento
Verona
12 agosto 2008
04/08/2008 - Militari e mendicanti a Verona
Militari e mendicanti
La presenza dei 75 militari nel centro di Verona con funzione di ordine pubblico (appiedati, accompagnati da polizia e carabinieri), è insieme tragica e ridicola.
Tragica per lo stravolgimento delle funzioni costituzionali; ridicola perché è evidente che questo provvedimento è del tutto inutile. Eppure tale operazione di sola immagine costerà a tutti noi 31,2 milioni di euro.
L’ordinamento istituzionale affida alla Polizia le funzioni di ordine pubblico e sicurezza dello Stato, mentre alle Forze armate è affidata la difesa della Patria. Questi sono fondamenti costituzionali che non dovrebbero essere ignorati con tanta disinvoltura, come invece hanno fatto i ministri La Russa e Maroni.
Il Sindaco Tosi ha caldeggiato l’arrivo dei militari in città. Ma per fare cosa? Non possono girare con il mitra (ci mancherebbe altro…), non possono perquisire, né arrestare, non sono addestrati a prevenire reati perché hanno ricevuto solo una formazione al combattimento (ma non è questo il loro ingaggio, almeno lo speriamo….). Si limiteranno a passeggiare per le strade, come potrebbe fare una qualsiasi “ronda” di padani (ma almeno loro lo farebbero volontariamente, a costo zero, e senza la pretesa di rappresentare la Repubblica).
I militari in città hanno una funzione elusivamente estetica. Il sindaco pensa che i veronesi, vedendo dei giovani in divisa mimetica girare per le vie del centro, si sentiranno più sicuri. Ma è solo un’illusione. La realtà è che le vere forze di polizia avranno una carico di lavoro maggiore, dovendo anche prendersi cura di questi soldatini da passerella mostrati all’opinione pubblica come fossero delle modelle…. La conseguenza psicologica che ne deriverà, sarà quella di un’assuefazione alla militarizzazione del territorio. Stupisce, ancora una volta, che il Presidente della Repubblica (che è anche il Capo delle Forze Armate) abbia dato via libera ad un’operazione che deborda macroscopicamente dalle funzioni assegnate all’esercito (articoli 11 e 52 della Costituzione).
Negli stessi giorni dell’arrivo dei militari, scatterà a Verona anche la delibera anti mendicanti. Non sarà più possibile chiedere l’elemosina davanti alle chiese o agli angoli delle strade. E’ facile immaginare che i soldatini, addestrati alla Rambo ma obbligati all’inerzia, sceglieranno come gustosa ed unica preda proprio gli accattoni. Pensate che bella scenetta: il militare che brandisce l’arma corta ed intima allo storpio di sloggiare subito… e il pubblico applaude!
Penosa deriva dopo duemila anni di cristianesimo. Gesù guariva e miracolava i mendicanti, li lasciava davanti al tempio mentre scacciava i mercanti; oggi, nel nome della sicurezza e della padania cristiana, si usa l’esercito contro chi chiede la carità (che era una delle tre virtù teologali, oggi vietata per delibera di Giunta!). Mala tempora currunt….
Mao Valpiana
Movimento Nonviolento
Verona
30 luglio 2008
16/07/2008 - La domenica del Sindaco Tosi
Domenica è sempre domenica,
anche per il Sindaco Tosi.
Che strano. Domenica, domenica, e ancora domenica. Ho notato che il Sindaco di Verona, Flavio Tosi, balza agli onori della cronaca nazionale sempre di domenica. Una casualità, una strategia mediatica, o uno zampino amico?
Vediamo la cronaca (da notare che i fatti cui si riferiscono le notizie sono sempre accaduti giorni o addirittura mesi prima, ma le agenzie di stampa le divulgano la domenica pomeriggio d’estate, in tempo per il tiggì della sera).
Verona, Domenica 29 luglio 2007, i tiggì nazionali diramano la notizia del bambino di 4 anni multato perché stava mangiando un panino sui gradini del Municipio in Piazza Brà (il fatto è accaduto il giorno prima) . Spazio alle dichiarazioni di Tosi.
Verona, Domenica 26 agosto 2007, passa la notizia che una turista inglese viene multata perché si era messa in bikini a prendere il sole in piazza Indipendenza (l’episodio è avvenuto il giovedì precedente). Spazio alle dichiarazioni di Tosi.
Verona, Domenica 22 giugno 2008, è la volta che tutta Italia viene a sapere che un giovane ciclista viene multato perché guidava utilizzando nel contempo il telefono cellulare (imprecisato il giorno dell’accaduto) . Spazio alle dichiarazioni di Tosi.
Verona, Domenica 29 giugno 2008, il telegiornale della sera dà spazio alla notizia (falsa) che la Corte di Cassazione avrebbe assolto Tosi dall’accusa di razzismo (la sentenza era stata depositata il 28 marzo precedente, e il Sindaco rinviato ad un nuovo processo d’appello fissato per ottobre 2008). Spazio alle dichiarazioni di Tosi.
Verona, Domenica 13 luglio 2008, il servizio pubblico della Rai si occupa della multa data ad un rumeno che fumava in un giardino comunale frequentato da bambini (la multa era stata comminata il 26 giugno, diciassette giorni prima). Spazio alle dichiarazioni di Tosi.
Tra tutte le ipotesi possibili, quella della casualità mi pare la più improbabile; più facile pensare ad un giornalista amico di Tosi, con scarsa coscienza professionale ma ben inserito in qualche agenzia di stampa nazionale che divulga le notiziole gustose e le amene dichiarazioni del Sindaco proprio le domeniche pomeriggio, d’estate, quando altre notizie non ci sono e si fatica a riempire gli spazi del telegiornale: la visibilità è garantita, magari proprio nei servizi di “costume e società” tanto graditi dai telespettatori.
Il guadagno è doppio: soldi che entrano nelle casse del Comune con le multe, e notorietà politica nazionale gratuita. Evviva la domenica.
Mao Valpiana
Verona
01/07/2008 - Notizie vere, ma false
NOTIZIE VERE, MA FALSE
Ancora una volta Verona è balzata agli onori (si fa per dire) della
cronaca. Questa volta con due notizie pressoché in contemporanea:
bambini rom schiavizzati per essere utilizzati nei furti in
appartamento, e l'assoluzione da parte della Cassazione del Sindaco Tosi
dall'accusa di razzismo.
Due notizie, date dal TG1, in coda alle polemiche sulla proposta di
schedatura anche dei minori presenti nei campi rom.
Ma guarda che coincidenza...
Qui gatta ci cova. Partiamo dalla notizia dell'assoluzione del Sindaco Tosi.
Il lancio avviene domenica 29 giugno con una nota di agenzia delle
18.26. E subito nella mente di chi ha seguito questa complessa vicenda
sorge spontanea la domanda: perchè in una calda domenica di fine giugno,
torna fuori un tema che la Cassazione aveva già messo nero su bianco il
13 dicembre del 2007, depositando poi le 15 pagine dell'atto nel
successivo 28 marzo 2008? Proprio così. Le motivazioni della sentenza
della Corte di Cassazione sono state depositate e rese pubbliche il 28
marzo 2008 ma il TG1 le comunica agli ascoltatori la sera del 29 giugno
e dà subito la parola al Sindaco, che commenta: "Fu un atto di
democrazia per ripristinare attraverso una raccolta di firme la legalità
in città". Ma in verità le cose non stanno così. La Corte di Cassazione
non ha assolto Tosi (e anche uno studente del primo anno di
Giurisprudenza sa che la Cassazione non assolve e non condanna, ma
valuta solo la correttezza del procedimento). Ed infatti ha annullato
solo in parte le motivazioni della condanna, rinviando ad un nuovo
esame. La Corte di cassazione, al contrario, ha affermato che se si
esamina il contenuto del manifesto leghista incriminato - "no ai campi
nomadi. Firma anche tu per mandare via gli zingari" - appare palese la
discriminazione degli zingari per il solo fatto di essere tali. La Corte
si è limitata a disporre l'annullamento con rinvio a sezione diversa
della corte d'appello che ha già fissato ad ottobre la prosecuzione del
processo. Quindi non c'è alcun proscioglimento e Tosi è ancora un
imputato e dovrà essere nuovamente processato dalla corte d'appello
veneziana "per propaganda di idee fondate sulla superiorità e sull'odio
razziale". E' evidente che quello del TG1 è un giornalismo ideologico
che utilizza notizie vecchie e distorte per influire sull'opinione degli
ascoltatori, che devono essere portati a dare un giudizio benevolo
sull'iniziativa governativa di schedatura dei bambini rom.
E veniamo alla seconda notizia, sempre - guarda caso - proveniente da
Verona. Si tratta della conclusione di un'indagine di polizia che
smaschera l'utilizzo di bambini per furti negli appartamenti. L'indagine
è stata illustrata in una conferenza stampa dal dirigente della Squadra
Mobile di Verona. Si chiama "catene spezzate" e c'è da augurarsi che
davvero la polizia abbia definitivamente spezzato il legame di quei
ragazzini con i loro aguzzini e con la vita passata scappando da una
casa di accoglienza all'altra (e Verona è coinvolta perché qui ha sede
il Cerris, il miglior centro regionale di tutela e accoglienza dei
minori). Ma la notizia giornalistica della escalation di furti in ville
e appartamenti del nord est risale a gennaio 2008. Il TG1 (seguito poi
da tutti i notiziari e dalle varie testate) la dà sei mesi dopo, e
sempre in coda alle dichiarazioni di Maroni sulla necessità di prendere
le impronte digitali ai minori.
Come possiamo difenderci e salvare il vero giornalismo da questi
pennivendoli al servizio dei potenti di turno?
Mao Valpiana
Verona
PS: se lo ritenete utile, fate girare questa nota. Grazie.
21/06/2008 - Militare-nucleare, stessa lotta. A Verona come a Vicenza.
VERDI DELLA COLOMBA:
- Militare-Nucleare, un convegno a Verona
- Soddisfazione per il No alla base Dal Molin di Vicenza
- Rischio di un insediamento nucleare nel veronese?
I Verdi della Colomba di Verona esprimono grande soddisfazione per la Sentenza emessa dal TAR del Veneto che impone la sospensione dei lavori di costruzione della nuova base militare Dal Molin di Vicenza.
Tutte le argomentazione che come ecologisti e nonviolenti avevamo sostenuto in questi anni, trovano conferma nel giudizio espresso dal Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto, in particolare circa “l’impatto del consistente insediamento (e della connessa antropizzazione) sulla situazione ambientale, del traffico, dell’incremento dell’inquinamento e in ordine al rischio di danneggiamento ed alterazione delle falde acquifere”. Dunque quella base non s’ha da fare, ed ora spetterà alla popolazione di Vicenza pronunciarsi con un referendum che il Sindaco ha già garantito. Non dimentichiamo che esponenti politici della maggioranza di Palazzo Barbieri, vista l’ostilità dei vicentini alla base Dal Molin, avevano chiesto che l’insediamento militare americano trovasse ospitalità nella nostra città a Boscomantico. Bella figuraccia!
Incassata questa importante vittoria, c’è ora da impegnarsi subito per scongiurare un’altra catastrofe che il governo nazionale potrebbe riversare sulla nostra regione: un nuovo insediamento nucleare. Infatti, la volontà del Ministro Scajola (in controtendenza con il resto d’Europa) di aprire il nucleare italiano, fa tornare d’attualità il tema della localizzazione delle centrali nucleari. Le Valli grandi veronesi, nel legnaghese, erano uno dei siti individuati nel piano energetico nucleare degli anni ’80, in quanto unico territorio nel nord-est d’Italia a possedere le presunte caratteristiche necessarie all’insediamento (grande disponibilità di acqua e scarsità di popolazione) e quindi ancor oggi quel territorio potrebbe essere individuato come atto ad ospitare un reattore nucleare.
Nell’aprile del 1977 organizzammo a Verona il primo convegno nazionale antinucleare. Tutte le ragioni di allora sono valide ancor oggi. Il nucleare, per sua stessa natura, è una tecnologia accentrata, imposta dall’alto, fuori dal controllo democratico, figlia di un’epoca industriale ormai superata. Oggi c’è bisogno di una rete diffusa di energie rinnovabili, con fonti differenziate, tecnologie efficienti, flessibili. Ma soprattutto è necessario avviare una seria politica di risparmio energetico, con consumi minori e più razionali.
Chiamiamo a raccolta tutti coloro che sostengono le energie pulite e rinnovabili, e che perciò si oppongono al nucleare, a dare vita da subito ad un movimento ecologista nonviolento per la salvaguardia del nostro territorio minacciato da una politica scellerata. Annunciamo fin d’ora che subito dopo l’estate si terrà nella nostra città un convegno scientifico-politico sul tema “militare e nucleare, due facce della stessa medaglia”.
Mao Valpiana
Alberto Tomiolo
Verona, 21 giugno 2008
18/06/2008 - Energia nucleare? No e neanche grazie
Energia nucleare?
No e neanche grazie
di Mao Valpiana
Il governo ha annunciato l’avvio dei lavori per le centrali nucleari italiane entro il 2013. Per costruire e mettere in produzione un reattore ci vogliono circa cinque anni. Dunque, nella migliore (anzi, peggiore) delle ipotesi, avremo il nucleare italiano nel 2018. Ma nessuno ci ha ancora spiegato di quanta energia ci sarà bisogno fra dieci anni, e soprattutto per fare cosa. Il ministro Scajola ha parlato di “centrali di terza generazione avanzata”, in totale assenza di un serio piano energetico (quante? dove? di che potenza?). Il Presidente del Consiglio ha detto che il nucleare ci affrancherà dalla dipendenza petrolifera, dimenticando che l’Italia non produce l’uranio, e che il minerale radioattivo a livello mondiale inizierà a scarseggiare già nel 2025. I sostenitori della via italiana al nucleare non dicono nemmeno che la produzione di energia atomica richiede costi molto più elevati rispetto ad altre fonti (investimenti iniziali nell’ordine di 3 miliardi di euro per ogni centrale). Gli impianti in funzione nel mondo sono 439, molti dei quali ormai obsoleti, con una vita media di 20 anni, che alla loro chiusura non saranno rimpiazzati. I nuovi impianti in costruzione sono solo 36, (Cina e Russia in testa), mentre alcuni paesi europei (Belgio, Germania, Olanda, Spagna e Svezia) hanno già deciso di abbandonare questo tipo di energia. Anche l’argomentazione che il nucleare sarebbe una fonte “ecologica” perchè, privo di emissioni di anidride carbonica in atmosfera, contribuisce in maniera importante al non-riscaldamento del pianeta, è in realtà molto debole: solo il 5% dell’energia globale proviene da fonte nucleare, ed è in calo in tutto il mondo. Il nucleare è, in realtà, una fonte che provoca una vero dissesto ambientale: per il raffreddamento di un reattore sono necessarie enormi quantità d’acqua, sottratta ad altri usi. L’economista verde Jeremy Rifkin ha evidenziato che il 40% dell’acqua francese viene utilizzata per raffreddare le 20 centrali in funzione. In previsione di estati sempre più calde e con l’aumento della siccità, anche questo è un punto critico. Ma il vero tallone d’Achille del nucleare è la questione, mai risolta, delle scorie radioattive. Negli Stati Uniti si è tentato, senza successo, di stoccare i bidoni che resteranno radioattivi per 24.000 anni nel fondo delle montagne dello Yucca. In Italia, paese pressoché tutto sismico con un’elevata densità abitativa, è difficile immaginare soluzioni soddisfacenti, soprattutto con il precedente dei rifiuti campani.
C’è poi la questione della “sicurezza”: non solo quella legata ai sempre possibili incidenti con il rischio di fughe radioattive, ma soprattutto quella relativa alle centrali come potenziali obiettivi di attentati terroristici, il che significa ulteriore militarizzazione del territorio e conseguente limitazione della libertà. E’ facile immaginare che verranno presi pesanti provvedimenti (come si è già fatto nel napoletano per le discariche) nei confronti di chi oserà manifestare contro o bloccare le ruspe nei siti prescelti.
Nell’aprile del 1977 il Movimento Nonviolento organizzò, a Verona, il primo convegno nazionale antinucleare. Abbiamo poi partecipato attivamente alla resistenza nonviolenta contro il reattore di Caorso, contro le localizzazioni a Viadana e Montalto di Castro (manifestazioni, sit-in, campeggi, blocco ferroviario, processi), abbiamo stampato e diffuso materiale informativo, promosso centinaia di dibattiti, dedicato numeri e numeri di Azione nonviolenta alla questione energetica, abbiamo realizzato l’edizione italiana della rivista WISE (World Information Service on Energy), stretto alleanze internazionali con gli antinucleari europei contro il Superphénix di Malville in Francia, fino alla vittoria del referendum antinucleare del 1987. Tutte le ragioni di allora sono valide ancor oggi. Il nucleare, per sua stessa natura, è una tecnologia accentrata, imposta dall’alta, fuori dal controllo democratico, figlia di un’epoca industriale ormai superata.
Oggi c’è bisogno di una rete diffusa di energie rinnovabili, con fonti differenziate, tecnologie efficienti, flessibili. Ma soprattutto è necessario avviare una seria politica di risparmio energetico, con consumi minori e più razionali. Siamo un popolo che spreca l’energia che acquista a caro prezzo e non utilizza quella naturale gratuita. I signori del governo farebbero bene a ripensarci.
05/05/2008 - Verona, città violenta, città dell'amore...
Da città dell’amore a città della violenza
Verona può rinascere con la nonviolenza
Di Mao Valpiana, del Movimento Nonviolento
Il tragico pestaggio di via Leoni è l’ennesimo campanello d’allarme. Guai
a non prestare la dovuta attenzione. Sbaglia il Sindaco Tosi a minimizzare
e limitarsi ad invocare la mano pesante della Magistratura. Quei giovani
naziskin (liceali modello figli della borghesia, o semianalfabeti figli di
manovali) con il mito della violenza fine a se stessa, sono il frutto di
una società carica di violenza strutturale. Proviamo a pensare cosa
sarebbe accaduto se gli aggressori fossero stati stranieri. Si sarebbe
invocata la pena di morte. Sarebbe stato chiamato l’esercito a presidiare
il territorio. Sarebbero accorsi Calderoli e Borghezio invocando
l’autodifesa padana. E le teste rapate sarebbero immediatamente diventate
il baluardo della civiltà, i difensori dei valori cattolici contro gli
islamici. Invece si scopre che la violenza cieca viene dal ventre molle
della città, dai suoi figli più coccolati. Probabilmente sono i figli più
fragili di una città malata; vittime psicologiche che diventano carnefici
fisici.
Non sono fatti isolati. E’ un fenomeno che esiste da anni. Troppo spesso
sottovalutato, a volte addirittura tollerato o giustificato. E’ a Verona
che prende corpo la violenza purificatrice di Ludwig, prime metastasi di
un corpo malato. Poi, negli anni, le violenze dentro e fuori lo stadio, le
scorribande del sabato sera, le aggressioni di gruppo, i pestaggi e le
bombe, i saluti romani, i manichini impiccati, le bandiere naziste. Ogni
volta tutto viene messo a tacere come caso unico, estremisti isolati,
frutti marci. Invece, forse, si tratta della manovalanza che fa il lavoro
sporco, necessario al mantenimento dello status quo con la faccia pulita.
Verona deve imparare a guardarsi, senza nascondere il proprio lato
impresentabile.
Vivere solo sullo stereotipo della “città dell’amore” non serve più.
Occorre ammettere di essere anche una “città violenta”. Violenta nei
disvalori, nella ricchezza, nell’ipocrisia. La città dei due pesi e due
misure.
Solo riconoscendosi per quello che è, nel bene e nel male, Verona potrà
ritrovare se stessa. Bisogna saper essere impietosi anche nella ricerca
della verità storica recente.
Questa è una città che si è arricchita ed è cresciuta durante il fascismo,
che ha fatto affari d’oro anche negli anni bui della Repubblica di Salò.
Pochi anni dopo è stata pronta a fare nuovi affari con gli americani
liberatori e occupanti. Poi è stata una città che ha ospitato oscure trame
eversive. Analizzare senza paura e senza rancore il proprio passato aiuta
spesso a scrivere un futuro migliore.
Tocca alle agenzie educative diventare protagoniste. Alle istituzioni,
alla scuola, alla chiesa, alle famiglie, anche e soprattutto ai mezzi di
informazione. Per curare la malattia bisogna creare gli anticorpi.
Bisogna valorizzare le tante realtà positive che esistono, dare spazio
alle iniziative nonviolente, riscoprire e sostenere la Verona
dell’accoglienza, della tolleranza, dell’ospitalità, della solidarietà,
della cultura.
Bisogna anche avere l’umiltà di farsi aiutare. I nuovi veronesi, gli
immigrati che contribuiscono all’economia della città, possono immettere
fiducia, creare confronto, dare una spinta di novità.
La nonviolenza attiva (che è stata ignorata, irrisa, sbeffeggiata,
ridicolizzata) è lo spartiacque, la pietra angolare su cui ricostruire
rapporti civili. La nonviolenza è l’antidoto. La nonviolenza può essere la
chiave per ritrovare l’anima di Verona.
Bisogna, però, prenderla sul serio. Iniziamo dalla compassione per Abele,
la vittima, e dal rispetto del monito “nessuno tocchi Caino”. Per vivere
in pace, bisogna saper essere pacificatori.
Verona, 5 maggio 2008
02/05/2008 - Epitaffio per i Verdi
Epitaffio per i Verdi
Fiocco verde per la Lega
di Mao Valpiana (02.05.08)
L’esclusione dal Parlamento di quel che rimaneva dei verdi (confluiti nella Sinistra Arcobaleno), non è un dramma. Anzi, può forse rappresentare un’occasione di rinascita e rigenerazione: un bagno di umiltà, la ripresa del lavoro dal basso, radicato nel territorio, che troppi cosiddetti dirigenti politici (gestione Pecoraro) avevano ormai dimenticato da anni, tutti impegnati a perpetrare la propria presenza nelle istituzioni e nei posti di governo e sottogoverno, producendo conseguentemente il vuoto attorno a loro.
L’equivoco si è finalmente risolto. E’ meglio non avere nelle istituzioni una sedicente e autoreferenziale rappresentanza ambientalista che ha modificato geneticamente il partito verde e l’ha trasformato da movimento ambientalista (nato con lo Statuto delle Liste Verdi il 16 novembre 1987 a Finale Ligure) a partitino dei diritti (morto nelle urne il 14 aprile 2008).
Ormai l’elettorato verde non esiste più. Quei milioni di elettori che dal 1987 al 2006 avevano dato fiducia al Sole che ride (ma farebbe meglio a piangere), si sono volatilizzati. Scomparsi. Ormai da anni i Verdi avevano perso la loro capacità di attrarre consensi e di rappresentare in modo convincente le proposte per la transizione verso una società a basso consumo ed alta vivibilità. L’anomalia italiana consiste nel fatto che siamo l’unico paese europeo a non avere in Parlamento una forza ecologista moderna, che sappia confrontarsi con il governo del paese sui temi decisivi per il futuro di tutti: limiti dello sviluppo, fonti energetiche, politiche di pace e di sicurezza.
La fine della forza propulsiva dei Verdi italiani coincide con la loro trasformazione da federazione di liste locali a partito nazionale. E’ un paradosso, ma il movimento ecologista che è nato, come la Lega, sul finire degli anni ’80 come alternativa e contestazione dei partiti, ancor prima della crisi di sistema di tangentopoli, dopo 21 anni viene bocciato dall’elettorato ed espulso dal Parlamento proprio perché percepito come parte integrante di quella partitocrazia che non ha saputo rinnovarsi. Il movimento leghista, che pure ha gli stessi macroscopici difetti dei Verdi (essersi rapidamente trasformato in partito verticista e centralista) ha però mantenuto una sua forte territorialità; la Lega (pur essendo il partito più immerso nel sistema partitocratrico di governo e sottogoverno) è stata percepita come un partito-non partito, ed è stata premiata.
Il voto del 13-14 aprile ha decretato il successo della Lega e la conseguente scomparsa della sinistra. Non so chi siano e cosa esprimano gli elettori della Lega, ma è certo che essi rappresentano una fetta consistente delle popolazioni delle regioni settentrionali.
E allora guardiamolo questo popolo del nord. Vivo a Verona e osservo i miei concittadini: ogni mattina davanti agli asili e alle scuole di ogni genere e grado c’è la fila dei Suv, con mamma più bambino, a motore acceso: sono auto attrezzate per il deserto, ma vengono utilizzate prevalentemente per trasportare litri d’acqua minerale, rigorosamente in bottiglie di plastica, dal supermercato a casa. I carrelli sono pieni di merce superflua, vanno per la maggiore verdure e frutta fuori stagione, carni e pesci che hanno fatto il giro del mondo prima di arrivare sui banchi degli ipermercati. Se mi sposto dalla città vedo la maleducazione nei treni (musiche improbabili dei telefonini, conversazioni allucinanti a voce altissima), o nelle autostrade (se rispetti il limite dei 130 arriva il bolide alle spalle che ti fa i fari e ti supera lanciandoti imprecazioni). Questi elementi di costume fanno il paio con i dati economici: evasione di 270 miliardi di euro di sola IVA, confronto ai quali il costo della classe politica è ben poca cosa. Forse gli ossessivi attacchi alla Casta forniscono un alibi per sfuggire a queste verità. E’ questo il popolo del nord? C’è da pensare che il disagio che vive è quello di una società che sa di essere vecchia e in declino, che si sente assediata, che ha vissuto per anni al di sopra del limite, e ora che le nuove generazioni non hanno più né i privilegi né le certezze di chi le ha precedute si sentono sulle sabbie mobili. La reazione per la paura del futuro è spesso una chiusura, un aggrapparsi alla soluzione immediata e semplificante (federalismo fiscale subito), meglio se autoritaria e salvifica (Bossi e Berlusconi), condita con parole forti e promesse allettanti (insulti ai clandestini, abolizione Bollo ed Ici).
In fondo il popolo del nord assomiglia molto alla classe politica che si è scelto. Ma questo è il bello e il limite della democrazia resa ormai pura rappresentazione, svuotata dell’elemento partecipativo che ne faceva “il potere del popolo”, ridotta ad un arido “potere sul popolo”.
Dunque, che fare? I verdi devono risorgere là dove sono nati: nei comuni periferici, nelle liste locali, nei luoghi dove sono più evidenti le contraddizioni di uno sviluppo insostenibile. Il Partito Democratico – in ritardo di qualche decennio- ha proposto “l’ambientalismo del fare” mascherando con spericolati giochi di parole una subalternità al pensiero unico sviluppista (gli inquinanti inceneritori li chiamano “termovalorizzatori”; la pericolosa energia nucleare la chiamano “energia pulita”; la devastante Tav la chiamano “collegamento ferroviario”).
Quello di cui c’è bisogno, invece, è “l’ambientalismo dell’essere” (come auspicava Alexander Langer: più lentamente, più dolcemente, più profondamente), cioè quella rivoluzione culturale che modificherà i comportamenti individuali e sociali: quando saranno sedimentati, arriverà anche un nuovo scenario elettorale e politico.
Data di nascita: 16 novembre 1987
Data di morte: 14 aprile 2008
A soli 21 anni, dopo lunga agonia, è scomparso il partito dei Verdi.
Una fine ingloriosa. Pochi lo rimpiangono. Negli ultimi anni era irriconoscibile.
Ci piace ricordarlo per i meriti dei suoi primi anni giovanili di vita. Amen.
26/03/2008 - Il Tibet e la nonviolenza
Il Tibet e la nonviolenza
Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, è la guida politica e spirituale del popolo tibetano. E’ uno dei pochi statisti al mondo che si ispira alla nonviolenza. E’ un capo di stato che vive in esilio a Dharamsala, in India. Non ha esercito. La sua forza è nella preghiera. I suoi soldati sono i monaci buddisti. A lui sono affidati il passato e il futuro del Tibet, la religione, la cultura, le tradizioni, l’integrità fisica. Per questo si muove da sempre con molta saggezza e prudenza. La Cina è una potenza militare ed economica, e certamente il piccolo Tibet non può competere su questi piani. Diversa, dunque, deve essere la strategia per evitare lo scontro diretto e la sconfitta sicura. Il Dalai Lama ha voluto trovare uno spiraglio per mantenere aperta la possibilità di mediazione (“la bellezza del compromesso”, come diceva Gandhi). Ha rinunciato all’impossibile idea di indipendenza. Ha elaborato proposte di autonomia per salvare la lingua, la libertà religiosa, le tradizioni buddiste. Ha cercato solidarietà per la causa del Tibet girando in tutto il mondo per far conoscere il messaggio buddista, ha lavorato per la comprensione e il dialogo fra le religioni, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 1989, ed è riuscito in pochi anni ad ottenere rispetto e simpatia a livello internazionale; nel contempo il Dalai Lama doveva trovare il modo di non costringere i paesi disponibili alla sua causa a mettersi contro la Cina, il cui potere di minaccia e di ricatto economico è enorme. Non doveva nemmeno mettere in difficoltà l’India, paese che lo ospita e che è in competizione di crescita con Pechino. Una posizione di equilibrio difficile da trovare e da mantenere. Forse in questa luce vanno lette anche le discutibili parole del Dalai di comprensione per la bomba atomica indiana, e i giudizi moderati sulla politica estera americana dopo l’11 settembre. Nelle stesso modo vanno interpretati gli altalenanti rapporti fra il Vaticano e il governo in esilio del Tibet.
Nonostante questa politica accorta e prudente, la Cina non ha mai smesso di individuare nel Dalai Lama un pericolo per la propria immagine rampante e di considerare quella del Tibet una ferita aperta da normalizzare. La Cina mostra una chiusura totale e considera il Tibet come una qualsiasi provincia, negandone la storia e la specificità. Qualsiasi tentativo di affermare la diversità del Tibet viene considerato un attacco all’integrità cinese, e represso duramente. E’ quello che sta avvenendo in questi giorni. Non sapremo probabilmente mai la vera entità del massacro in atto, che avviene senza testimoni, in una dittatura militare che non conosce la libertà di stampa.
In Tibet sta emergendo anche un’opposizione radicale, non più disposta ad accettare la via nonviolenta di pazienza e mediazione indicata dal Dalai Lama. Probabilmente si tratta di spinte estreme, esasperate, fuori dalla tradizione religiosa tibetana, gruppi che facilitano il compito ai provocatori e infiltrati cinesi. In questa difficile situazione il Dalai Lama ha fatto sapere della sua ipotesi dimissionaria: “Se la situazione finirà fuori controllo, allora la mia unica opzione sarà rassegnare completamente le dimissioni”. E’ una posizione limpida, di chi fa sapere che si può e si deve mediare su tutto, ma non sull’opzione nonviolenta. Il Tibet ha legato la sua esistenza alla nonviolenza; non come “nonviolenza del debole” (chi subisce senza reagire perché non ha la forza e gli strumento per farlo), ma come “nonviolenza del forte” (la scelta della nonviolenza attiva come mezzo e come fine). I monasteri buddisti sono luoghi di formazione e addestramento ad una nonviolenza disposta al sacrificio estremo per rimanere nella strada della verità. La nonviolenza del Tibet è anche un progetto per il proprio futuro, basato sul rispetto dei cicli naturali, e quindi a basso consumo, più attento al progresso spirituale che a quello tecnologico.
Il vero scontro in atto è quello fra due visioni diverse del mondo. Da una parte il modello cinese (centralismo politico, potenza militare, sviluppo economico, crescita dei consumi, ricchezza energetica), dall’altra quello tibetano (autonomia regionale, sobrietà, spiritualità, cultura e tradizioni, primato religioso). La forza cinese è quella dell’economia; la forza tibetana è quella della preghiera. La potenza cinese è quella militare; la potenza tibetana è quella nonviolenta.
Si sa, però, che gli imperi prima o poi crollano, mentre il Budda rinasce sempre.
Mao Valpiana
03/03/2008 - Dopo l'assemblea nazionale di Bologna del 2 marzo
Non c’erano giornalisti né telecamere. I tiggì non ne hanno parlato. Buon segno. E’ la prova certa che la nostra assemblea di Bologna non rientra nel copione già scritto della recita elettorale a soggetto. Non siamo tra gli attori protagonisti, né tra le comparse. Buon segno.
La sala era strapiena. Presenze da ogni regione del centro-nord (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio). Una cinquantina gli interventi che hanno dato vita ad un dibattito serio, di ampio respiro, rispettoso, intenso.
Praticamente unanime l’idea della necessità di una presenza anche politica del movimento, ma tutti realisticamente coscienti che le condizioni affinché ciò possa avvenire sono da costruire. La volontà emersa è quella di dare vita ad una rete, che si riconosca nella nonviolenza, che espliciti la necessità e la volontà di crescere (a partire dalle realtà locali) come soggetto politico indipendente, autonomo.
La strada è lunga, in salita, non ci sono scorciatoie. Ma l’obiettivo è quello. Ci è stato di conforto riscoprire che anche Aldo Capitini nel 1968 scriveva a Danilo Dolci della sua proposta “di presentarci alle elezioni regionali con una lista di ‘rivoluzione nonviolenta per la democrazia diretta’… dovrebbero essere liste pulitissime, nonviolente. Andrebbero preparate con un lavoro regionale, per farsi conoscere e per conoscere i problemi locali… bisogna trovare le persone, nonviolente e concrete”. (Da Aldo Capitini, Lettere a Danilo Dolci, Il Ponte, ottobre 1969, pp. 39-40). Certo, i tempi e la situazione politica sono diversi. Ma l’indicazione di una dimensione politica del movimento nonviolento-ecologista-femminista, resta attualissima.
In queste elezioni tali liste non ci saranno. Prepararle con serietà e con un lavoro capillare, non sarà facile. Lavoriamo su tempi lunghi. Ma oggi a Bologna è stato fatto un passo in avanti.
Su come affrontare la scadenza del 13-14 aprile le opinioni erano più diverse e sono emerse divergenze di valutazioni. Qualcuno si espresso sulla necessità di votare, scegliendo magari il meno peggio di quello che i partiti di centro e di sinistra propongono, per fermare il fronte populista-fascista. Qualcuno, per protestare contro queste elezioni truccate e la politica del pensiero unico, ha proposta l’astensionismo attivo, una campagna per il non voto. Altri hanno espresso disponibilità a candidarsi con liste civiche, per dare un segnale che spazi liberi, comunque, esistono ancora.
Il clima dell’assemblea è stato sempre positivo, di grande rispetto reciproco. Tutti consapevoli che nessuno ha la verità, che ognuno porta il proprio punto di vista, che ciascuno è chiamato ad un impegno personale. E’ stata un’assemblea vera, dialogante e pensante. Si è parlato e si è ascoltato. E ci si è già dati un nuovo appuntamento, il 20 aprile nella stessa sala sindacale della stazione di Bologna. Comunque vadano le elezioni.
Oggi a Bologna c’è stato un vero evento politico. Che contrasto con quelle finte riunioni di partito che vediamo in tivù, dove uno solo parla e tutti a sventolare bandiere e cartelli uguali, prestampati. Tanti elettori delusi o disorientati, nemmeno possono immaginare che esistono ancora luoghi aperti, includenti, accoglienti, dove si discute davvero, con passione gratuita, di politica. Non possono saperlo perché oggi a Bologna non c’erano giornalisti né telecamere. I tiggì non ne hanno parlato. Buon segno.
20/02/2008 - Sulla campagna elettorale
Il voto è mio e lo gestisco io.
di Mao Valpiana
Ho un solo voto. Ogni due-tre anni in tanti me lo chiedono, più o meno insistentemente, con gentilezza o con arroganza. Fino ad oggi l’ho sempre dato, a volte in prestito, altre regalato, altre ancora sprecato. Qualche volta sono stato soddisfatto del suo utilizzo, altre ho dovuto pentirmene. Tuttavia continuo a pensare che il mio unico voto sia davvero prezioso (almeno per me). Certo, il voto non esaurisce l’esercizio della democrazia, ma rappresenta il momento alto dell’espressione politica dell’elettore. Il voto è opinione, è consenso, è partecipazione. In democrazia (governo del popolo) il voto è la parola data ai cittadini.
La Costituzione dice che la sovranità appartiene al popolo. Lo dice nel primo articolo dei principi fondamentali. Io faccio parte del popolo italiano e quindi mi appartiene una quota-parte di sovranità. Penso di esercitarla in modo pieno. Partecipo attivamente alla vita sociale: lavoro in un ente pubblico, faccio parte di un sindacato, sono impegnato nel consiglio di circoscrizione del quartiere dove abito (negli anni scorsi sono stato anche consigliere comunale e regionale), esprimo spesso le mie opinioni sui quotidiani locali, ma soprattutto (ed è quello che per me conta di più) dedico ogni giorno molte ore al lavoro per far crescere la nonviolenza organizzata in Italia: la redazione della rivista Azione nonviolenta, il lavoro di segreteria per il Movimento Nonviolento, la conduzione della Casa per la nonviolenza di Verona.
Penso quindi che ci dovrebbe essere una relazione fra il mio agire sociale quotidiano e il mio voto alle prossime elezioni politiche.
Sarebbe una palese contraddizione lavorare ogni giorno per la nonviolenza e poi mettere il mio voto nelle mani di chi non pone la nonviolenza politica al primo posto del proprio programma elettorale.
Allora mi guardo intorno, nel supermercato della politica italiana, e cerco di capire se una delle offerte che i partiti ci presentano in questi giorni sia in qualche modo almeno compatibile con l’orientamento nonviolento. Sinceramente faccio fatica a dare una risposta decisa e positiva. In precedenti elezioni, in presenza di dubbi simili, ho optato per la scelta della persona anziché del partito, dando la preferenza a chi aveva la mia fiducia come persona per bene e impegnata per la nonviolenza, aldilà del partito di appartenenza: ho votato simboli che non condividevo per sostenere candidati che avevano la mia stima. Ora questo non è più possibile, perché la legge elettorale vigente ha espropriato l’elettore anche di quest’ultimo piccolo margine di libertà di scelta: oggi sono i partiti a decidere chi dovrà essere eletto (o meglio, nominato) al Parlamento. Il cittadino deve solo ratificare una lista compilata dai segretari dei partiti (ed è facile pensare che i segretari di partito premino i loro fedelissimi, lasciando fuori dai posti realmente eleggibili i loro oppositori o chi non è facilmente controllabile). Quindi non si può più votare la persona, ma solo il simbolo di partito.
Molti dei simboli che troveremo sulla scheda sono simboli nuovi, che per la prima volta si presentano alle elezioni (ad esempio il Partito Democratico, il Popolo della libertà, La Sinistra l’Arcobaleno, la Rosa Bianca, ecc.) e quindi non è possibile valutare il loro operato, ma ci si deve affidare elusivamente alla campagna elettorale e ai programmi per il futuro. Sarebbero voti sulla fiducia, una cambiale in bianco. Oppure, dato che gli esponenti di queste nuove formazioni sono tutti politici di lungo corso (da Veltroni e Berlusconi, da Pecoraro Scanio a Tabacci) si possono valutare i pregressi di questi personaggi per immaginarsi cosa potranno fare domani. Difficile essere fiduciosi e clementi, anche senza entrare nel merito delle varie politiche estere (tutte molto lontane se non opposte a quello che pensiamo noi) o della politica di “sviluppo” energetico e delle infrastrutture (nessuno di loro parla di “decrescita” che è la ‘condicio sine qua non’ per fermare la crisi ecologica del pianeta e le variazioni climatiche).
A questo punto cosa posso fare? Scelgo il meno peggio? Decido di favorire chi ha più possibilità di stoppare il peggiore? Non mi convince l’idea di votare contro. Il voto è l’espressione di una volontà, non di una negazione. Potrei anche (e sarebbe la prima volta nella mia vita di elettore) tenermi il voto in tasca, oppure presentarmi al seggio e lasciare la scheda bianca, o annullarla (per evitare il rischio che qualcuno metta un segno al posto mio). C’è un’altra possibilità ancora, garantita dalla Costituzione italiana all’articolo 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Presentare una lista nostra alle elezioni. Già, perché no? Allora consulto la legge elettorale, che regola la presentazione delle liste, e scopro che i partiti che hanno deputati e senatori già eletti sono esentati dalla raccolta firme, mentre chi non ha questi collegamenti deve raccogliere migliaia di firme per ogni circoscrizione. Scopro che chi si presenta dentro una coalizione ottiene degli eletti anche solo con il due per cento dei voti, mentre chi si presenta da solo (e nel caso nostro non potrebbe essere altrimenti) deve ottenere il quattro per cento alla Camera e addirittura l’otto per cento al Senato. Inoltre, scopro che tutti i partiti già presenti nel Parlamento hanno goduto di un sostanzioso rimborso elettorale (hanno cambiato il nome, ma è il finanziamento pubblico dei partiti) che è stato calcolato sugli interi cinque anni di legislatura, anche se è durata solo due anni. Si tratta di milioni e milioni di euro per ognuno dei 26 partiti (19 gruppi parlamentari) presenti nell’ultimo Parlamento. Lungi da me, naturalmente, voler fare del qualunquismo politico, o parlar male dei partiti e del ruolo di parlamentare, di cui ho un sacrale rispetto. Ma così stanno i fatti. I partiti uscenti si sono fatti una legge per cui solo loro hanno i finanziamenti necessari per affrontare una costosissima campagna elettorale, fatta di iniziative-spettacolo, di spot televisivi, di informazione foraggiata con denaro pubblico (si tratta di un ulteriore finanziamento data a radio o giornali con la legge del finanziamento all’editoria di partito).
In pratica l’attuale legge elettorale impedisce ai cittadini (non più sovrani) di esercitare pienamente il proprio diritto di voto e chi è fuori dalle istituzioni praticamente non ha nessuna possibilità di presentarsi alle elezioni. Questa è la negazione della democrazia.
La Costituzione è disattesa nei suoi principi fondamentali.
Con queste riflessioni mi preparo alla riunione di Bologna del 2 marzo, convinto fino in fondo della necessità di una forza anche politica della nonviolenza organizzata, ma realisticamente cosciente che le condizioni affinché ciò possa avvenire sono tutte da costruire. Dal confronto con altre amiche e altri amici della nonviolenza potrà nascere la volontà comune di iniziare questo processo. La nonviolenza è politica: dentro e fuori le istituzioni, nelle case e nelle piazze, nei Comuni e nel Parlamento. Liste politiche di amici della nonviolenza mi risolverebbero il problema: il mio voto potrei darlo con speranza e fiducia, e sarebbe un voto come lo vuole la Costituzione: “personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”.
Come si diceva una volta? Siamo realisti, vogliamo l’impossibile.
31/01/2008 - Giù le mani dalla Rosa Bianca
Ieri sera, ascoltando distrattamente il telegiornale, ho sentito parlare
della Rosa Bianca. Ho prestato subito attenzione, finalmente richiamato da
qualche edificante notizia storica su Sophie Scholl, testimone e martire
per la libertà, coscienza critica della Germania nazista.
Macchè, stavano parlando di Tabacci e Baccini...
Anche il candore della Rosa Bianca viene lordato da schizzi di fango.
Il telegiornale è rimasto nel sottofondo e sono ritornato alla precedente
distrazione (la notizia seguente riguardava, mi pare, l'assoluzione dall'accusa di falso in bilancio, un reato che non è più un reato, di un politico imprenditore di cui non ricordo bene il nome).
mao valpiana
La Rosa Bianca (in lingua tedesca: Die Weiße Rose) è il nome assunto da un
gruppo di studenti cristiani che cercarono di opporsi in modo nonviolento
al regime della Germania nazista.
Il gruppo era composto da cinque ragazzi: Hans Scholl, sua sorella Sophie
Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più
che ventenni. Ad essi si unì il loro professore, Kurt Huber. Insieme
diffusero opuscoli e volantini che chiamavano i tedeschi ad ingaggiare la
resistenza passiva contro il regime nazista.
La Rosa Bianca fu attiva dal giugno 1942 al febbraio 1943, quando i
componenti del gruppo vennero arrestati, processati e condannati a morte
mediante decapitazione.
28/01/2008 - 60° anniversario della morte di Gandhi
La straordinaria attualità di Gandhi:
religione e laicità, contro ogni guerra
Di Mao Valpiana
Non ha partecipato ai festeggiamenti per l’indipendenza indiana, dopo averla conquistata con il satyagraha (la forza della verità o nonviolenza), perché la separazione tra India e Pakistan è stata per lui una grande sconfitta. E’ morto assassinato da un giornalista indù, alla testa di un complotto, che non gli aveva perdonato la sua azione per la riconciliazione religiosa e la sua apertura ai musulmani. Gandhi, che era di religione indù, fu considerato dai fondamentalisti di entrambe le parti come un traditore. Sono passati 60 anni, da quel 30 gennaio del 1948, e il fondamentalismo religioso è ancora un pesante ostacolo per tanti processi di pacifica convivenza.
Dunque, non si può parlare di Gandhi senza riferirsi alla sua esperienza e alla sua definizione di religione: “E’ l’elemento permanente della natura umana; non ritiene nessun sacrificio troppo grave per trovare piene espressione e lascia l’anima totalmente inquieta fino a che non ha trovato se stessa, conosciuto il suo Creatore e sperimentato la vera corrispondenza fra il creatore e se stessa”. E poi prosegue: “Per me Dio è verità e amore; Dio è etica e morale; Dio è coraggio. Dio è la fonte della luce e della vita e tuttavia è di sopra e di là di tutto questo. Dio è coscienza. E’ perfino l’ateismo dell’ateo. Trascende la parola e la ragione. E’ un Dio personale per coloro che hanno bisogno della sua presenza personale. E’ incarnato per coloro che hanno bisogno del suo contatto. E’ la più pura essenza. E’, semplicemente, per coloro che hanno fede. E’ tutte le cose per tutti gli uomini. E’ in noi e tuttavia al di sopra e aldilà di noi…”.
Siamo in presenza di una religione aperta, libera, accogliente, amorevole, umana. La religione di Gandhi coincide con la ricerca della Verità, perché Dio stesso è Verità, e la Verità è Dio. In questo senso per Gandhi ogni problema che si pone, ogni questione che si deve affrontare, politica, sociale, economica, etica, collettiva o personale, è una sfida religiosa: “per me ciascuna attività, anche la più modesta, è guidata da quella che io considero la mia religione… la mia attività politica, come tutte le altre mie attività, procede dalla religione… perciò anche nella politica dobbiamo stabilire il regno dei cieli”. Tuttavia in Gandhi c’è posto anche per una piena laicità. Ha saputo essere, insieme, un grande religioso e una grande statista: “se fossi un dittatore, religione e Stato sarebbero separati. Credo ciecamente nella mia religione. Voglio morire per essa. Ma è una mia faccenda personale. Lo Stato non c’entra. Lo Stato dovrebbe preoccuparsi del benessere temporale, dell’igiene, delle comunicazioni, delle relazioni con l’estero, della circolazione monetaria e così via, ma non della vostra o mia religione. Questa è affare personale di ciascuno”.
Forse non è un caso che Gandhi avesse una grande ammirazione proprio per due italiani, San Francesco d’Assisi e Giuseppe Mazzini, un religioso e un laico.
Oggi nel mondo intero Gandhi è considerato il profeta della nonviolenza, ma il rischio è quello di farne un santo, un eroe, un simbolo, un mito. Gandhi, invece, nel corso di tutta la sua azione sociale e politica si è sempre sforzato di far capire che ciò che lui ha fatto poteva farlo chiunque altro, che “la verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne”. La novità emersa con Gandhi consiste nell’aver saputo trasformare le nonviolenza da fatto personale a fatto collettivo, da scelta di coscienza a strumento politico: con Gandhi la nonviolenza non è più solo un mezzo per salvarsi l’anima, ma diventa un modo per salvare la società. La nonviolenza è sempre esistita, presente in tutte le culture e in tutte le religioni, in oriente e in occidente, nei sacri testi della Bibbia e del Corano, della Bhagavad Gita e del Buddhismo. Ma è con Gandhi che la nonviolenza diventa un’arma di straordinaria potenza per liberare le masse oppresse. Il Mahatma ci ha fatto scoprire che la nonviolenza è insieme un fine ed un mezzo, che per abbracciare e farsi abbracciare dal satyagraha ci vuole fede, pazienza, sacrificio, dedizione, addestramento: “Il satyagrahi si allena giorno per giorno, in ogni istante della propria vita, per diventare capace di soffrire con gioia e apprendere la difficile arte del dono della vita. Egli agisce senza recriminazioni, con distacco, senza aspettarsi il risultato immediato delle proprie azioni e senza rivendicarne il merito. Non si stupisce della violenza che puo' essergli inflitta, non agisce con rabbia e utilizza ogni occasione che gli si presenta per trasformare il male con il bene.”
Gandhi è stato un grande innovatore, è stato l’uomo che ha riscattato il ventesimo secolo che altrimenti sarebbe stato consegnato alla storia come un secolo buio, per gli orrori delle guerre mondiali e per l’olocausto nei campi di sterminio. Gandhi è la preziosa eredità per il nuovo secolo.
La lezione di Gandhi ha suscitato molti proselitismi, in ogni parte del mondo. Dal Sudafrica al Chiapas, dalla Birmania al Tibet, così come in Europa e in America Latina, ovunque vi sono gruppi o popoli che lottano per i loro diritti ispirandosi alla forza attiva del satyagraha.
“Se posso dirlo senza arroganza e con la dovuta umiltà, il mio messaggio e i miei metodi sono validi, nella loro essenza, per il mondo intero; ed è motivo di viva soddisfazione per me sapere che hanno già suscitato mirabile rispondenza nel cuore di un grande e sempre crescente numero di uomini e donne dell’Occidente”.
Oggi infatti, in Europa e negli Stati Uniti, non si può parlare di pacifismo senza fare i conti con la nonviolenza gandhiana. La mobilitazione contro la guerra (intendo contro tutte le guerre, fatte da chiunque per qualsiasi motivo e con qualunque arma) è coerente e vincente solo se fatta con i mezzi della nonviolenza. “La guerra è il più grande crimine contro l’umanità”. Gandhi condanna il ricorso alla guerra, senza appello, e ci indica anche il metodo giusto alternativo: “Si dice: i mezzi in fin dei conti sono mezzi. Io dico: i mezzi in fin dei conti sono tutto”. Dunque la nonviolenza di Gandhi è soprattutto prassi, azione, sperimentazione. Tutta la sua vita è spesa in questa ricerca, tanto da intitolare la sua autobiografia “Storia dei miei esperimenti con la verità”.
Il mondo è solo all’inizio dell’esplorazione delle potenzialità della nonviolenza, la sola via che può salvare l’umanità dal vicolo cieco suicida che ha intrapreso.
09/12/2007 - La "cosa rossa", senza i verdi della Colomba
Parte male la cosa-rossa veronese.
Anzi, malissimo.
Inizia con il piede sbagliato il cammino de “la sinistra e l’arcobaleno”
in salsa veronese.
Dovrebbe essere un nuovo soggetto politico, che si definisce “unitario e
plurale”, ma invece è la somma per difetto di quattro partiti:
Rifondazione, Comunisti italiani, Sinistra democratica e una parte dei
Verdi. Infatti il porta(solo-la-sua)voce provinciale del Sole che ride,
Claudio Magagna, ha posto il veto alla partecipazione dei Verdi della
Colomba e di altri soggetti di movimento.
La logica è sempre la stessa: prima i partiti costruiscono la casa, con
regole a loro esclusivo vantaggio e poi si aprono le porte; chi vorrà
entrare dovrà bussare e chiedere permesso. Ci saranno così, nella
nuova-vecchia “casa rosso-verde” i padri fondatori con diritto di veto che
stanno al piano nobile, e in cantina i piccoli soggetti subalterni che
dovrebbero entrare dalla porta di servizio, a regole già stabilite. Un
déjà vu.
I Verdi veronesi, quelli del Sole che ride e quelli della Colomba, si
erano presentati alle elezioni amministrative con una lista unica
denominata “Verdi uniti per Verona”. Nel documento costitutivo era scritto
che “la lista non sarà solo un mero cartello elettorale ma anche un
progetto politico”. Ebbene, dopo il deludente risultato elettorale che non
ha portato nessun rappresentante verde a palazzo Barbieri, il
porta(solo-la-sua)voce Claudio Magagna ha boicottato ogni percorso
unitario dei Verdi, forse per il timore di perdere il ruolo al quale si è
affezionato. Così il soggetto “verdi uniti” è stato affossato il giorno
dopo le elezioni, tant’è che il rappresentante del Sole che ride non ha
mai partecipato a nessuna riunione unitaria, nemmeno per valutare il
risultato elettorale, né per comunicare che considera finita l’esperienza
comune.
Per completare l’opera distruttiva di quel che resta dell’esperienza verde
veronese, ora si vorrebbe far nascere la nuova “cosa rossa” (molto rossa e
poco verde, dove la componente ecologista rischia di essere subalterna e
ininfluente) lasciando fuori dalla porta i Verdi della Colomba. Poco male
per noi, che continuiamo a fare politica verde senza complesso di
inferiorità e soprattutto con le mani e lo spirito liberi, ma quel che
mette tristezza è che gli altri soggetti politici (Rifondazione,
Comunisti, Sinistra democratica) abbiano accettato il diktat ad
escludendum.
Niente di nuovo sotto il sole (che rideva).
Cari compagni, così non andate da nessuna parte.
Verdi della Colomba